Covid-19 e non profit: o della riaffermata complessità del bene

sabato, 12 Dicembre 2020
Carlo Mazzini
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Carlo Mazzini

L'avvento del Covid-19 vede già allineate e operative le organizzazioni non profit. Si dovrebbe prender coscienza del fatto che tutto può dirsi tranne che il non profit non sia avvezzo ad affrontare situazioni di emergenza. Il fatto di essere costantemente in prima linea per carestie, emergenze umanitarie, terremoti, maremoti ed epidemie ha reso il non profit adattabile o “resiliente”. Una riflessione di Carlo Mazzini sul "panico da Coronavirus".

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No panic!

Nel ripercorrere quanto accaduto in questo anno disgraziato segnato dalla pandemia, il non profit è chiamato a mantenere la calma, a non farsi prendere dallo sconforto per ciò che non è riuscito a fare, a non temere per la realizzabilità dei suoi progetti nel breve – medio periodo. Delle organizzazioni non profit tutto può dirsi tranne che non siano avvezze ad affrontare situazioni di emergenza.

Carestie, emergenze umanitarie, terremoti, maremoti, epidemie: tutto ciò che è estremo, tutto ciò che richiede enormi sforzi economici, fisici e psicologici per risollevarsi trova nel non profit il più solerte soccorritore, anche rispetto alle macchine governative, cariche come sono di burocrazie e di dilemmi tra opportunità e opportunismi.

Al di là delle emergenze umanitarie, il non profit si interessa delle emergenze sociali, quelle lente e inesorabili, non meno gravide di pericoli e di vittime delle prime: le dipendenze, le povertà, i lenti ma irrefrenabili stravolgimenti sociali come l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione dei lavoratori… E anche qui il non profit è stato ed è il primo soggetto ad intervenire perché è il primo ad accorgersi che queste trasformazioni avvengono.

E qui veniamo al “no panic”.

Il fatto di essere costantemente in prima linea ha reso il non profit adattabile o “resiliente”, come è di moda dire oggi; lo ha costretto a rimettersi continuamente in discussione.

Quante volte negli ultimi 40 anni le comunità di recupero delle persone con dipendenze hanno rivisitato – anche rivoltandolo da capo a piedi – il loro modello d’intervento?

Quanti cambiamenti interni, organizzativi, di offerta di servizi hanno dovuto operare gli enti che assistono le persone migranti? Cambiava il mondo e loro si adattavano.

Quanto è cambiato il mondo dell’assistenza alle persone con disabilità cognitive, prima spinto da eroiche famiglie e oggi supportato anche da soggetti terzi, volontari, operatori professionali? 

Il non profit non è uno Zelig che si adatta alla realtà mutando la propria natura pur di sopravvivere; gli enti senza scopo di lucro si reinventano perché hanno al centro della loro missione le persone che intendono aiutare, le cause che vogliono sostenere.

Questa è “l’assicurazione sulla vita” che una non profit ha firmato in sede costitutiva e che sottoscrive ogni volta che ascolta i bisogni delle persone e guarda con occhio attento i cambiamenti della società.

Ed è per questo motivo che il non profit all’affermazione “dopo la pandemia, nulla sarà come prima” dovrebbe rispondere con la sicurezza di chi ne ha viste tante: “ma voi dove eravate prima, quando le rivoluzioni più soft vi passavano sotto il naso? Dove eravate quando il frastuono di terremoti e il silenzio delle carestie cercavano di attirare la vostra attenzione, ben al di là dell’emozione del momento?”.

Già gli antichi greci dicevano “panta rei”, ammonendoci di non pensare noi stessi come fossimo immobili in una società immutabile.

E quando si leggeranno – e se ne sono già lette – pensose analisi nelle quali i soloni di turno, che non hanno mai gestito neppure una bocciofila, ci diranno con inutile sicumera quale sarà la direzione che il non profit dovrà prendere, gli enti dovrebbero rispondere che l’ipse dixit è stato abolito da tempo. Che i consigli si stanno ad ascoltare con attenzione ma che la credibilità si guadagna sul campo.

Ed il campo del non profit è particolarmente impervio perché richiede di stare in prima linea, sempre, in ogni caso, senza possibilità di arretrare.

La frontiera del Covid vede già allineate e operative le organizzazioni non profit: hanno già cambiato piani strategici, modalità di approccio e obiettivi. Confidano in una politica attenta (e per carità di patria si sorvola se le ultime decisioni vadano in questa direzione) e in un mondo filantropico responsive, e su questo versante c’è davvero da ben sperare.

Tutto cambia? Lo sappiamo, siamo allenati. Le cose si fanno così? Parliamone e comunque portateci le prove. Noi non abbiamo tempo da perdere.

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Carlo Mazzini
Esperto di legislazione degli enti non profit e fiscalità.
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