Riforma in Movimento: intervista a Alessandro Bertani

giovedì, 18 Febbraio 2021

All’interno del progetto di ricerca Riforma in Movimento si vuole creare un dialogo con le istituzioni, per accompagnare la Riforma del Terzo Settore in una crescita il più possibile positiva e in linea alle necessità del Settore. In questa intervista il Dott. Alessandro Bertani, Vicepresidente di Emergency, condivide la visione della sua organizzazione.

Qual è, a suo avviso, l’elemento più innovativo/promettente della nuova legislazione del Terzo Settore (Codice del Terzo Settore, Impresa Sociale, 5×1000, Servizio Civile Universale)?

Avere previsto un unico corpo normativo di riferimento (il Codice del Terzo Settore) per tutti gli enti del terzo settore, creando – quanto più possibile – una disciplina uniforme e applicabile a tutti. Si tratta però di un primo passo verso la semplificazione normativa, che va completato con l’adeguamento e l’integrazione di alcuni temi e la correzione di diverse “imperfezioni” rimaste anche dopo la riforma.

 

Qual è, a suo avviso, l’elemento che più la preoccupa riguardo la nuova legislazione del Terzo Settore?

La preoccupazione maggiore riguarda il lavoro nel Terzo Settore, anche nel suo risvolto volontario, per due specifici risvolti:

 

  • Tetto alle retribuzioni

 

Il mancato riconoscimento della adeguata e necessaria professionalità del lavoro nel Terzo Settore, come strumento di crescita per l’intero “Sistema Italia”, alla luce del ruolo che il Terzo Settore già ha assunto e, in prospettiva, avrà sempre di più nel nostro Paese, come è avvenuto nei mesi passati e come sta avvenendo nel contesto della pandemia da Covid19, è un tema che va superato al più presto, soprattutto in previsione della ormai prossima crisi economica che interesserà anche il nostro Paese negli anni a venire. Riproporre un tetto alle retribuzioni, il cui superamento è presunzione assoluta di distribuzione indiretta degli utili, e, in misura minore, una forbice retributiva tra le retribuzioni del personale del Terzo Settore, senza possibilità di deroga, è anacronistico e profondamente sbagliato, oltreché presentare diversi profili di incostituzionalità. Questa misura impedisce la crescita dell’intero settore, dalle piccole alle grandi associazioni, perché non consente di attrarre o trattenere personale con professionalità adeguate ai profili lavorativi ricercati o necessari. Il mercato del lavoro è unico, non c’è (per fortuna!) una “sottosezione minore” per il terzo settore. Il Codice del Terzo Settore ha ribadito e, in gran parte addirittura enfatizzato, gli obblighi di rendicontazione e trasparenza verso il pubblico, che comunque sono già nel “DNA” degli enti del terzo settore. Nessun ETS onesto pensa nemmeno lontanamente di distribuire alcun utile a nessuno, né direttamente, né indirettamente. E gli ETS onesti sono la stragrande maggioranza: grave sarebbe se si pensasse il contrario. Gli ETS devono essere quindi responsabilizzati nel ricercare le figure professionali di cui necessitano, potendo offrire a tali figure retribuzioni almeno competitive con quelle che si ritrovano nell’unico mercato del lavoro. Un responsabile amministrativo, un direttore della comunicazione, un responsabile dei sistemi informativi in un contesto organizzativo che gestisce milioni di euro in attività di interesse generale per il bene comune non si trovano offrendo una retribuzione che rientri nel tetto del 40% oltre ai minimi previsti dai CCNL di riferimento. Questo principio vale anche per le “piccole” organizzazioni, che devono poter investire su professionalità alte, se ambiscono a crescere. Solo il nostro Paese ha una norma di questo tipo (il tetto alle retribuzioni), che così finisce per porre gli ETS nazionali anche in una posizione di svantaggio competitivo nei confronti degli ETS europei, che possono garantirsi professionalità adeguate ai bisogni, crescere professionalmente e attrarre maggiori fonti di finanziamento internazionali (bandi UE in primis). Basterebbe vedere come in Italia si siano da tempo radicati ETS di matrice straniera, soprattutto anglosassone, mentre non si riscontrano insediamenti di ETS di origine italiana in altri Paesi europei, perché nessun ETS italiano ha sinora assunto dimensioni europee, che consentirebbero loro di esportare la loro presenza anche all’estero, nonostante il peso complessivo del Terzo Settore in Italia sia significativamente più elevato rispetto a molti altri Paesi della UE.

La soluzione: Perché (continuare a) penalizzare i lavoratori? Che restino il divieto e le limitazioni per i membri degli organi amministrativi, ma non per i lavoratori. L’art. 8, comma 3, lett. b) andrebbe quindi riportato nella formulazione già discussa e prevista nei lavori preparatori al Codice del Terzo Settore, prima dell’ultimo passaggio di revisione del testo, eliminando il riferimento all’articolo 5, comma 1 lettere b), g) o h).

 

 

  • Divieto di volontariato per i dipendenti del medesimo ETS

 

Un secondo punto riguarda il divieto, per un lavoratore, di prestare attività di volontariato per l’ETS per il quale lavora (art. 17, comma 5, CTS). Chi ha scritto questa norma sembra non conoscere il ruolo e il peso dell’attività di volontariato, a tutti i livelli, nel Terzo Settore. Non poter svolgere attività di volontariato fianco a fianco ai volontari che ci offrono il loro sostegno ogni giorno è estremamente penalizzante e fonte di imbarazzo per chi lavora in un ETS: è una norma la cui ragione non è compresa nemmeno dai volontari e che fa percepire i lavoratori dell’ETS come se fossero in una posizione di privilegio e superiorità nei confronti dei volontari. Deve poter essere consentito, fuori dall’orario di lavoro, poter svolgere attività di volontariato per il medesimo ETS per il quale si lavora, occupandosi delle medesime attività che svolgono tutti i volontari (sensibilizzazione e raccolta fondi per l’ETS), come per esempio nel corso di campagne. Allo stesso modo, pare difficilmente comprensibile che non si possano assumere incarichi statutari in forma volontaria e gratuita: è la regola, nel terzo settore, che i membri degli organi di amministrazione, spesso anche lavoratori del medesimo ETS (come pure prevede il CTS), svolgano la carica “a titolo volontario e non retribuito”.

Per entrambi i punti: si puniscano, anche severamente, gli ETS che abusino delle norme, ma non si penalizzino tutti gli ETS stabilendo divieti anacronistici, illogici e anche connotati da probabili profili di incostituzionalità.

 

Sostenibilità, trasparenza e democraticità sono gli assi principali su cui si è mossa la Riforma, crede che siano stati ben strutturati e articolati all’interno di essa? Tra questi, quali pensa debba essere maggiormente promosso tra gli enti del Terzo Settore?

Senza dubbio la sostenibilità, essendo la trasparenza e la democraticità state esaustivamente trattate nel CTS. Sostenibilità, però, nel senso di cui alla risposta precedente: che siano assicurati agli ETS gli strumenti perché possano garantire la sostenibilità delle loro attività, in primo luogo potendosi dotare delle professionalità necessarie a sostenerne la crescita e a garantirne la continuità di azione. 

 

Qual è stato il ruolo della sua rete/ente nell’informare e comunicare agli associati le principali novità, opportunità ed adempimenti della riforma del Terzo settore?

Buono, anche se in corso di miglioramento proprio perché la rete stessa si sta strutturando per diventare formalmente rete nazionale del Terzo Settore, assumendone i relativi oneri e responsabilità.

 

Quanto è stato impegnativo seguire l’evoluzione della Riforma del Terzo Settore?

Molto, ma è un lavoro (vero e proprio) necessario e utile per tutti, partecipanti e beneficiari. Si dovrebbe mantenere un tavolo di consultazione e confronto continui, perché si possano seguire in tempo reale le evoluzioni dei bisogni e delle sfide che si presentano quotidianamente e sempre più velocemente nella nostra società (come anche la pandemia da Covid19 insegna), altrimenti si rischia di arrivare tardi, con soluzioni ormai superate davanti a problemi invece nuovi.

 

L’avvio della riforma è stata l’occasione per un ripensamento della missione oltre che di un adeguamento della struttura giuridico e organizzativa della sua associazione?

Non di un ripensamento della missione, a dire il vero nemmeno della struttura giuridica e organizzativa della nostra associazione. Sono temi che si sono iniziati ad affrontare già da qualche tempo, anche a prescindere dalla riforma, in ragione della crescita che l’associazione ha vissuto. Come ONG abbiamo forse dovuto strutturarci prima e meglio rispetto ad ETS di altra natura proprio a causa dell’attività di cooperazione internazionale svolta e al ruolo pregnante che siamo chiamati a ricoprire. 

 

Come valuta la definizione sul piano normativo della figura del “volontario”? Il nuovo status del volontario definito dal Codice può essere uno strumento utile a qualificare meglio l’opera dei volontari?

La definizione rispecchia a pieno la realtà ed è apprezzabile che siano state estese le garanzie di protezione assicurativa anche ai volontari (cosa che, peraltro, la nostra associazione già faceva, in parte, per i nostri volontari da qualche anno). Va eliminata la “incongruità” del divieto per i dipendenti di prestare attività di volontariato per il medesimo ETS per il quale lavorano: è inammissibile che io non possa stare a fianco dei nostri volontari durante la loro attività, che non possa fare il relatore a incontri pubblici, convegni, appuntamenti mediatici in qualità di volontario, che non possa assumere e svolgere le cariche sociali come volontario, e quindi senza essere retribuito per ciascuna di queste attività: sono oneri inutili che sovra-caricano i costi generali di un ETS. Si punisca chi abusa, non si impedisca agli onesti di svolgere onestamente il loro lavoro.

 

La ministra Catalfo ha recentemente annunciato la prossima approvazione del Regolamento delle “attività diverse”. Pensa che questa innovazione, contenuta nell’art. 6 del CTS, possa facilitare lo sviluppo di “attività diverse” nella sua organizzazione, come leva per finanziare le attività di interesse generale?

È un provvedimento fondamentale per il nostro settore, uno dei più innovativi della riforma (come anche la definizione di attività di raccolta fondi). Va utilizzato come “leva” competitiva anche verso gli enti del terzo settore stranieri, ma serve quanto prima far entrare in vigore completamente la riforma fiscale che accompagna quella del terzo settore.

 

La riforma ha previsto la nascita delle “reti associative”. Come valuta questa innovazione? E in che modo le reti associative potranno assolvere ai nuovi compiti a loro attribuiti?

È un altro dei punti “portanti” della riforma. Va incrementato il ruolo delle reti e la responsabilità che si possono assumere verso i propri associati, a partire dall’esercizio dei controlli decentrati o delegati. Per potere fare ciò, però, è indispensabile rafforzare e strutturare meglio le reti esistenti o in fase di formazione. In questo momento storico di primo pieno avvio della riforma, occorre investire anche finanziariamente per consentire alle reti di dotarsi di strumenti e personale che possano sostenere inizialmente il ruolo che sono chiamate a svolgere, per consentire loro di prestare servizi comuni agli associati (di consulenza e assistenza, documentali e procedurali, ecc.).

 

Reputa opportuni e necessari un monitoraggio e una valutazione continuativi dello stato di attuazione della riforma del terzo settore?

Sì, e ci auguriamo che portino alle modifiche e ai miglioramenti richiesti e suggeriti dagli operatori “sul campo”.

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