Il Terzo Settore è sotto tiro ma deve imparare a comunicare

Il non profit si occupa di costruire una migliore convivenza e il suo impatto ha un riscontro anche in punti di Pil: produce ricchezza economica e migliora la convivenza civile ma il grande pubblico recepisce un'immagine differente. Perché?

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I buoni stanno perdendo, almeno dall’immagine del non profit che arriva al grande pubblico. Chi aiuta le persone che arrivano nel nostro Paese è come minimo amico degli scafisti. Se vengono scoperti dei malfattori a utilizzare il non profit per i propri affari si fa di tutta l’erba un fascio. La temuta ondata migratoria è nulla a confronto delle notizie parziali che si abbattono sul non profit. Perché il Terzo settore sta passando un periodo di cattiva stampa?

Il Terzo settore è visto come lo spazio che fa crescere la società nella vivibilità ma non in Pil. Rappresentazione parziale e inesatta, perché il non profit ha capacità di produrre ricchezza anche economica. I dati Istat ci dicono che se abbiamo in tasca 100 euro, 4 di questi vengono generati o sono utilizzati dal non profit. E questi 4 euro non sono pochi dato che valgono quanto i 4 euro prodotti dalla moda italiana. Il non profit è visto come il settore di chi aiuta i poveri, ma c’è molto di più. Asili e scuole sono spesso gestiti da enti non profit. La spinta al finanziamento della ricerca scientifica di base viene dagli enti del Terzo settore. Sono solo alcuni settori nei quali è determinante l’opera del non profit. È l’intero tessuto sociale a beneficiare di quei 4 euro dati al non profit e restituiti alla società intera sotto forma di servizi. Se il non profit ha un peso economico sempre maggiore, e non si rivolge ai soli «svantaggiati», il Terzo settore ha bisogno di una via d’uscita comunicativa e di un restyling. Gli enti non profit devono imparare a comunicare che hanno bisogno di personale, che i volontari possono fare molto, ma non tutto. In certi settori, l’intervento del personale retribuito è fondamentale; si pensi alla ricerca scientifica, alla sanità, alla stessa cooperazione internazionale.

Se gli enti sono orgogliosi dei risultati devono ridefinire anche la propria coerenza e promuovere politiche salariali adeguate. Non è coerente pagare poco i dipendenti perché «siamo non profit». Anche la riforma del Terzo settore sembra in taluni casi chiedere agli enti di pagare poco i propri dipendenti. Le buone cause hanno bisogno delle migliori forze della società e non si può pensare di attirarle con stipendi da fame. Non c’è coerenza nel rifiutare la possibilità per gli enti del Terzo settore di realizzare attività commerciali con maggiore facilità pagando le imposte dovute. C’è chi vede questa direzione deleteria perché confonde il concetto di assenza di scopo di lucro con quello di assenza di attività commerciali.

Il non profit deve parlare di se stesso, di cosa e quanto produce, di quali risorse ha bisogno. Il Terzo settore ha mezzi economici e ne potrà avere sempre di più. Ha un evidente impatto sociale per cause che interessano tutti i cittadini anche quelli che ora lo criticano. Ha coerenza tra mezzi e fini perché assicura dignità ai beneficiari, ai volontari e ai lavoratori. È una verità difficile da esprimere, ma necessaria perché in gioco non c’è solo il buon nome del non profit ma la speranza di costruire una convivenza degna di questo nome.

Articolo pubblicato il 20 agosto 2019 su Corriere della Sera – Buone Notizie

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SCRITTO DA
Giulia Frangione
CEO e Cofounder di Italia non profit
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