Valutazione come leva per il cambiamento sociale

Paolo Venturi
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Paolo Venturi

Valutazione d'impatto e cambiamento sociale sono due facce della stessa medaglia. Non ci può essere valorizzazione della persona senza cambiamento sociale e non ci può essere cambiamento sociale senza la valutazione di azioni intenzionali orientate a uno scopo.

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Leggendo le “Linee guida per la valutazione dell’impatto sociale” (VIS), è facile comprendere come la strada intrapresa rappresenta una terza via fra una visione che lecitamente richiedeva criteri e soluzioni stringenti circa il processo di valutazione e la sua adozione ed una visione che nell’impatto sociale ha sempre visto un elemento accessorio e, per certi versi, distorsivo per valutare l’agire sociale. La strada scelta è quella della “normatività sociale”, ossia assumere quella che l’economista e premio Nobel R. Thaler definirebbe “nudging” ossia quella spinta gentile capace di accompagnare un processo che, al netto delle Linee guida, risulta già profondamente modificato dalle richieste di valutazione d’impatto da parte di istituti bancari, istituzioni europee, fondazioni, donatori e investitori privati. Le Linee guida riconoscono il valore dell’impatto e la sua alterità dalla rendicontazione sociale ponendo il tema del cambiamento innanzitutto negli effetti generati sulla comunità. Un elemento fondamentale nei processi di “change management” del Terzo settore, utile a favorire una maggiore apertura con la consapevolezza che l’identità non va solo riconosciuta ma costruita e che, fra i beneficiari principali, vi è la comunità che è il “locus” dove osservare il proprio valore sociale (social impact as a community benefit).

Riconoscere l’impatto come elemento che costruisce la “qualità e il valore” del sociale è elemento decisivo utile a far avanzare gli ETS oltre le colonne d’Ercole della rendicontazione. Il senso dell’impatto sociale è in fin dei conti quello di innescare sperimentazioni utili a generare una solida cultura della valutazione, una valutazione non appena delle attività dello “scopo” per cui queste esistono. Come? Innanzitutto attraverso un frame di principi dentro cui alimentare scelte intenzionali (ossia ancorate ad una concreta strategia), misurabili (ossia descritte e valorizzate da indicatori qualitativi e/o quantitativi) e comparabili. Riduttivo è affermare che il processo della VIS sia un percorso di mera auto-valutazione da parte dell’ETS stesso, poiché le Linee guida in più parti segnalano la centralità del coinvolgimento degli stakeholder nel percorso di definizione e validazione della “misura” dell’impatto (in altri termini il valore degli indicatori si evince dalla qualità dell’engagement).

Il Terzo Settore non è certamente l’unico depositario di pratiche d’impatto sociale, ma certamente è uno dei giacimenti più ricchi. Guardando in profondità la moltitudine di progettualità (molte di queste attivate intenzionalmente durante la crisi generata dal Coronavirus) attivate “dal basso” è facile notare un minimo comune denominatore: la “creazione di valore sociale” nasce dall’inclusione della persona, dalla sua valorizzazione. È infatti il potenziamento delle “capabilities (capacitazioni) che permette un cambiamento trasformativo sul bisogno e nel contesto.

Sentirsi valorizzato è perciò la premessa per creare valore.

Da tutto ciò, si evince perché valutazione e cambiamento desiderato, siano due facce “della stessa medaglia” o per dirla in maniera più diretta: ecco perché Il non profit non può rinunciare a “dar valore” a ciò che genera. All’origine di un’azione trasformativa, infatti, c’è sempre una tensione alla valorizzazione della persona nella sua interezza. Senza questa “valorizzazione del soggetto” non c’è valorizzazione del progetto e neppure cambiamento del contesto (questo è il motivo per cui la ri-generazione urbana non può prescindere dall’inclusione in primis dei suoi abitanti. Per rigenerare un asset la variabile dipendente è l’immobile, quella indipendente è la comunità, non il contrario. In altri termini solo valorizzando intenzionalmente la comunità riesco a trasformare uno “spazio in un luogo”).

La valutazione d’impatto sociale diventa così uno strumento prezioso e potente, forse il dispositivo migliore che abbiamo per orientare l’intenzionalità di istituzioni pubbliche e private, profit e non profit, market e non market, verso uno sviluppo più sostenibile ed equo e per misurare il valore di “organizzazioni orientate allo scopo”.
E’ un percorso che richiede un profondo rigore e l’esplicitazione di un metodo (per non essere annacquato), ma di cui occorre sempre incoraggiarne la sperimentazione. Un percorso che muove convintamente verso una direzione che tende a riconoscere l’attribuzione di valore non appena come un’esternalità, ma come il cuore di qualsiasi azione orientata all’interesse generale.

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Direttore di AICCON e The FundRaising School
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