7 buone ragioni per cui essere ETS, e alcuni contro

giovedì, 5 Marzo 2020

Le organizzazioni non profit devono prendere decisioni importanti sul futuro delle loro attività: i pro e contro della nuova normativa per orientarsi nella scelta.

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125 articoli di legge – tra Codice del Terzo Settore e disciplina dell’Impresa Sociale – mettono ansia ai cd “addetti al lavoro”, nel senso che la svolta epocale se diventare o no ETS passa necessariamente dal bilanciamento dei pro e dei contro desumibili dalla legislazione e dalla sua attuazione.
Che non sia semplice scegliere, quindi, è un dato di fatto. Ma è anche possibile isolare degli elementi anche non esaustivi dell’argomento che possono aiutarci a prendere delle decisioni.

PRO

Perché e a chi conviene diventare Ente di Terzo Settore e iscriversi al RUNTS.

  1. Agevolazioni
    Si tratta soprattutto di agevolazioni fiscali in parte riferite all’ETS e in parte a chi intende sostenerlo. Senza considerare quelle sulle attività commerciali, si tratta soprattutto di riduzioni del carico fiscale per chi aiuta l’ente o a titolo contributivo (di donazione, vedi la defiscalizzazione delle erogazioni liberali o quella sul Social bonus) o a titolo di investimento (per le imprese sociali). Inoltre appaiono considerevoli anche quelle sulle imposte indirette minori (bollo, registro).
  2. Titoli di solidarietà
    I titoli di solidarietà sono strumenti utili per il finanziamento di attività degli ETS e possono anche generare importanti donazioni da parte della banca che emette i titoli. Strumento innovativo, considerevole anche in caso di attività produttiva esercitata dall’ETS.
  3. Assenza di scopo di lucro e commercialità: concetti separati
    Finalmente si statuisce ciò che l’Agenzia delle entrate ha ripetuto più volte ma che la legislazione precedente mal digeriva: l’assenza di scopo di lucro nulla c’entra con eventuale esercizio di attività commerciale, anche quando questa risulti prevalente. Gli ETS si caratterizzano – tra l’altro – per il divieto di distribuzione degli utili e con questa norma si consente agli enti senza gli indugi del passato a esercitare attività commerciali, ovviamente pagando le relative imposte.
  4. Attività di interesse generale anche commerciali
    Quelle che una volta si chiamavano “istituzionali” o tipiche ora hanno cambiato nome e si chiamano attività di interesse generale; ma il cambiamento maggiore è che possono essere realizzate “per corrispettivo” senza problemi.
  5. Attività diverse
    Se lo statuto lo prevede, la norma consente l’esercizio di attività che nulla c’entrano con le attività di interesse generale chiamate attività diverse. La misura sarà definita da decreto di prossima uscita.
  6. Addio alle Onlus
    Gli abbiamo voluto tanto bene ma se nel 1998 erano la novità, negli anni non gli è mai stato fatto il “tagliando” e con l’economia sociale che avanzava – un’economia anche di mercato – a fianco delle Onlus si doveva sempre più spesso costituire altro ente commerciale con problemi di duplicazioni di board, incompatibilità varie e altri mal di testa. La norma antica va in pensione, e forse anche una concezione antica del non profit.
  7. La seconda chance dell’Impresa Sociale
    Per circa dieci anni l’Impresa Sociale è stato lo zimbello del non profit; solo doveri aggiuntivi e nessuna agevolazione. La nuova disciplina promette lo sviluppo di un comparto attraverso uno strumento abbastanza “appetibile” per imprenditori con strumenti analoghi a quelli che hanno fatto decollare le start-up.

CONTRO

Perché e a chi NON conviene diventare Ente di Terzo Settore e iscriversi al RUNTS.

  1. Sportive dilettantistiche: meglio aspettare
    Per ragioni diverse, anche interne al mondo dello sport, le ASD mantengono intatte i copiosi riconoscimenti soprattutto fiscali. Se entrano negli ETS ne perdono alcuni molto rilevanti per la loro economia. Attendere è più saggio.
  2. Impresa sociale e cooperative sociali: l’altra faccia della medaglia
    Queste due tipologie di enti (in ogni caso le cooperative sociali sono anche imprese sociali) rischiano di rimanere indietro nella corsa dell’imprenditoria sociale in quanto mentre si discuteva di loro è uscita un’agile norma sulle società benefit; quest’ultime possono riconoscere ai propri shareholder gli utili prodotti, diversamente dall’impresa sociale che proprio sulla distribuzione degli utili presenta limiti considerevoli.
  3. Limbo infinito
    Il Codice del terzo settore è uscito ad agosto 2017. Sono seguiti alla spicciolata molti ma non tutti i decreti attuativi, il RUNTS è prossimo alla partenza, della richiesta dell’autorizzazione alla Commissione europea non si Sto arrivando! nulla; si va avanti a suon di circolari e lettere direttoriali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. L’incertezza politica – e non solo quella – ha frenato lo slancio e forse anche l’entusiasmo; c’è il rischio che affiori lo sconforto e la disillusione. Se hai bisogno di certezze, la Riforma non te ne dà moltissime, almeno finora.
  4. Autonomia statutaria: un miraggio
    Uno dei principi dettati dalla legge delega era l’assicurazione dell’autonomia statutaria. Principio di fatto disatteso dalle molte prescrizioni della nuova legge, dalle interpretazioni del Ministero del lavoro e da quelle delle singole Regioni. Se speravi in un modo semplice di scrivere uno statuto e quindi di regolare la tua organizzazione, l’ETS non fa al caso tuo.

Riferimenti di legge

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