L’importanza del fundraising nella ripresa post Covid-19 del settore

martedì, 6 Aprile 2021
Massimo Coen Cagli
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Massimo Coen Cagli

L’impatto dell’emergenza Covid-19 sulle organizzazioni non profit è stato molto rilevante. Il blocco delle attività ha creato un danno per i beneficiari diretti, ma per tutta la popolazione, che ha visto mancare tutte le attività culturali e a sostegno dell’ambiente. In questo contesto, il problema numero uno da affrontare è quello della sostenibilità non solo delle attività e dei progetti, ma delle organizzazioni stesse. Quali gli scenari d’intervento?

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L’indagine nazionale sui bisogni del non profit condotta da Italia non profit sancisce la convinzione che ognuno di noi, che opera nel Terzo Settore e in genere nel campo dei servizi sociali e culturali per la comunità, aveva già maturato durante i giorni dell’emergenza, ossia che l’impatto sulle organizzazioni fosse molto rilevante, al pari di quello che è successo per altri settori. Con la differenza però che, fatto salvo per alcuni interlocutori della filantropia istituzionale, per tutti gli altri interlocutori questa grave crisi del settore non è apparsa poi così importante. 

Purtroppo, invece, la crisi del settore è estremamente dannosa. In primis il blocco prodotto dall’emergenza sulle attività ha creato un danno per i beneficiari delle organizzazioni. E non intendo parlare solo di coloro che fruiscono direttamente di servizi alla persona, di natura socio-assistenziale, ma intendo parlare anche dei fruitori di attività e iniziative culturali, sportive, a tutela dell’ambiente, di cura dei beni comuni. In secondo luogo, appare evidente dall’indagine, che il danno prodotto sulla tenuta delle organizzazioni (anche a prescindere dalle attività realizzate durante questo periodo) è enorme. Di conseguenza, Il terzo danno è per i lavoratori del terzo settore e della cultura, che per altro hanno goduto di sostegni in modo minore di altri settori che hanno anche meno addetti. Infine il danno lo paga la comunità nel suo complesso per il forte indebolimento del tessuto sociale e culturale che al di là delle idee che ognuno può avere in merito alla ripresa, è essenziale per la tenuta e la ricostruzione del paese durante e dopo il Covid-19. 

 

Il problema della sostenibilità

È chiaro quindi che l’emergenza lascia dietro di sé una situazione di crisi profonda del settore sociale e culturale che non si è trasformata in catastrofe solo per la sua enorme capacità di resilienza. Fondamentale è stato l’intervento di una parte della filantropia istituzionale e della comunità che, pur colpita da una crisi economica rilevante, non ha fatto mancare il proprio sostegno (checché se ne dica). Dal nostro osservatorio possiamo affermare che chi ha chiesto sostegno ai cittadini durante l’emergenza ha ricevuto generalmente risposte positive. Certo chi non aveva mai pensato di fare seriamente in fundraising ha raccolto ancora meno. 

Quindi il problema numero uno da affrontare è quello della sostenibilità non solo delle attività e dei progetti, ma delle organizzazioni, su questo non vi è dubbio. Altrimenti è come se si continuasse a foraggiare la benzina per automobili a cui si è guastato il motore e che non possono più marciare. 

 

Il fundraising come risorsa chiave per l’uscita dall’emergenza

Pur avendo le organizzazioni segnalato quello della sostenibilità come il problema numero uno, dall’indagine emerge che la maggior parte di esse non pensano che il fundraising sia una leva importante sulla quale puntare. Certo vorrebbero investirci, ma d’altro canto dichiarano di non avere risorse (economiche) per farlo. Ma vale la pena ricordare che il primo investimento da fare in fundraising è quello di capitale umano e cognitivo. E questo si può fare anche con risorse contenute!

Quindi in merito al problema della sostenibilità del settore, che poi coincide in gran parte con la sostenibilità sociale, culturale e ambientale del paese è sostanzialmente un problema di investimento. E la questione non è solo economica ma soprattutto, e profondamente, politica

Da questo punto di vista scontiamo nel nostro paese una triplice debolezza del sistema.

Una debolezza delle politiche pubbliche in merito al terzo settore: sempre chiamato in ballo e incensato dagli attori istituzionali quando c’è un’emergenza da risolvere e mai quando si tratta di mettere a punto politiche di investimento strategico. Altro che “Primo settore”… e la cosa riguarda anche tutto il settore culturale che non coincide, se non per poco, con il terzo settore individuato dalla riforma. 

La seconda debolezza è legata alla prima, ed è endogena: sia il terzo settore sia il settore culturale è ancora troppo sfaldato, individualista nelle sue componenti che non sono in grado di darsi una rappresentatività solida nei confronti degli interlocutori. SI va ancora troppo in ordine sparso con un’idea approssimativa del proprio sviluppo.

La terza debolezza è la mancanza nel paese di una politica sul fundraising, quale strumento di una economia sociale e di comunità e non solo come strumento per riparare i “buchi di cassa” delle organizzazioni. È evidente che il paese debba pensare che la sua sostenibilità è fondata oltre che sul mercato e sulla rimessa fiscale dei contribuenti, sul fundraising. Tutti ne richiamano l’importanza ma quasi nessuno pensa di rafforzarlo. 

In questo senso l’emergenza che stiamo vivendo, l’esigenza di ripresa, oltre che la incredibile capacità di resilienza e resistenza delle organizzazioni sociali, rappresentano una occasione straordinaria per incidere su queste tre debolezze. 

 

Segnali positivi

Segnali positivi ci sono, per fortuna. Sicuramente il mondo della filantropia istituzionale sta prestando una crescente e significativa attenzione ad investire nel rafforzamento delle organizzazioni e non solo sulla realizzazione di progetti. Sicuramente, come detto, i donatori in Italia sono tanti e sono generosi e non si sono tirati indietro durante la crisi, Ma certo questo non può bastare. Ci dobbiamo aspettare che facciano altrettanto sia le istituzioni pubbliche sia il mondo delle aziende per le quali l’emergenza dovrebbe rappresentare l’occasione di rivedere il proprio approccio alla responsabilità sociale d’impresa.

La strada, a mio modesto avviso, è che queste 4 componenti: Terzo Settore, istituzioni pubbliche, aziende e filantropia istituzionale si siedano al tavolo e concordino una politica comune sulla sostenibilità del settore sociale e culturale, liberando il fundraising da lacci e lacciuoli di natura culturale, amministrativa, burocratica che ne frenano lo sviluppo, dando vita anche nuovi strumenti di finanziarizzazione delle organizzazioni.

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Massimo Coen Cagli
Direttore scientifico della Scuola di Fundraising di Roma
Italianonprofit
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